Quale educazione sessuale nel 21mo secolo? – n°1 –

La sessualità ha tante sfaccettature e diverse funzioni.

Innanzitutto quella riproduttiva, collegata all’istinto, alla pulsione libidica.

Vi sono poi – nell’essere umano – aspetti affettivi, relazionali e sociali: il rapporto con il proprio corpo, con l’immagine di sé, la relazione con gli altri, l’incarnazione di valori, l’affettività, la comunicazione di sentimenti… e – pur se soprattutto in passato – persino delle funzioni politiche! Tutto ciò ha a che fare con attività strettamente correlate a bisogni psicologici, evidentemente fondamentali durante tutta l’età evolutiva, e non solo a partire dall’adolescenza (come spesso erroneamente si crede).

La sessualità è quindi una dimensione che fa profondamente parte dell’essere umano, che nasce dall’interno, spontaneamente. Ecco quindi che assume ancora più valore soffermarsi sull’etimologia della parola “educare”: tirar fuori ciò che sta dentro, far esprimere le potenzialità (dal latino e-ducere).

Fare educazione sessuale significa quindi occuparsi di dare forma e offrire orientamenti a contenuti che nascono spontaneamente nella persona – sin dalla più tenera età – e che nel corso degli anni utilizza modalità fisiologicamente differenti per esprimersi. Non si tratta di imposizione di un sistema di valori a priori.

L’educazione dipende molto dal modello culturale di riferimento, e la famiglia in questo ha un primo e fondamentale ruolo. Anche perché al di fuori di essa il tema della sessualità viene ormai affrontato con estrema leggerezza, con modalità che solo apparentemente sono coerenti, ma che in realtà trasmettono un messaggio di assenza di confini, che fa da contraltare all’assordante silenzio che ha caratterizzato il passato ormai non più tanto recente (prima degli anni ’70).

Una domanda che i genitori dovrebbero porsi per provare a rispondersi in tutta sincerità è: qual è il meglio che desiderano per i propri figli?… ovviamente partendo dalla propria fondamentale esperienza personale.

Ecco come mai non contano soltanto le informazioni che vengono trasmesse, ma anche – e spesso soprattutto – come questi contenuti vengono trasmessi ai propri figli: l’informazione, da sola, non fornisce strumenti sufficienti per affrontare l’argomento. Molti tabù sembrano ormai sfatati, eppure pregiudizi e malintesi esistono ancora: basti pensare a chi è ancora convinto che fare educazione sessuale nelle scuole incoraggi i giovani a pratica il sesso prima e di più!

E ancora, tutti gli adulti con funzioni educative dovrebbero chiedersi: “quale messaggio trasmettiamo ai nostri figli se pratichiamo l’educazione sessuale solo per paura che succeda loro qualcosa (abusi, trasmissione di malattie, gravidanze, etc.) e non per trasmettere l’idea del piacere che dovrebbe essere così naturalmente collegata a questa importante dimensione?”.

Questo significa costruire insieme una reciproca fiducia che i propri figli siano consapevoli delle proprie esperienze (per quanto possibile in un’età come l’adolescenza): se così sarà, il rispetto del proprio corpo, di quello altrui e dei reciproci sentimenti verranno da sè.

Se i figli sentono che gli adulti danno loro delle semplici raccomandazioni, quasi automaticamente saranno meno predisposti a seguirle: ormai sappiamo che in generale l’essere umano può essere molto più efficacemente motivato proponendo obiettivi verso cui tendere, piuttosto che rischi da evitare.

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